Politica & Attualità

Editoriale | Caro Renzi il popolo se ne strafotte dei tatticismi di Palazzo

Con una mossa tattica quanto telefonata Matteo Renzi ha ufficializzato in queste ultime ore, rilasciando un’intervista al suo giornale preferito, La Repubblica, nata di sinistra e folgorata sulla via della Leopolda dall’ex scout fiorentino, l’uscita sua e di alcuni suoi fedelissimi dal Partito Democratico. Quello stesso partito che scalò bruciando tempi e rottamando dirigenti fino a divenirne segretario, quello stesso partito che ha condotto su picchi di preferenze mai più raggiunti e quello stesso partito che, successivamente, ha contribuito a far sprofondare nei risultati elettorali, nei sondaggi e negli indici di gradimento. Nietzsche nell’opera filosofica autobiografica Ecce homo spiegava come si diventa ciò che si è. Una lezione che evidentemente Renzi ha appreso e in virtù della quale, dopo un rapporto d’amore e odio con i “dem”, dà ora finalmente il via alla costituzione di un nuovo partito. A sua immagine e somiglianza, manco a dirlo.

Porterà con sé i superstiti di Forza Italia? Richiamerà alle urne parte degli astensionisti? Sarà l’ago della bilancia del nuovo governo Conte, pronto a recitare di nuovo un ruolo di primo piano? Domande alle quali sembra facile trovare una risposta, come sembra facile, in queste ore, lodare politicamente l’operazione dell’ex Presidente del Consiglio, non certo nuovo ad azioni risolute e spregiudicate. Ma non è questo il punto. Perché le discussioni su quanto l’iniziativa renziana sia destinata a segnare il futuro dell’esecutivo e a rilanciare la figura del rottamatore finito rottamato, su quanto la novità possa indebolire il Partito Democratico e, di conseguenza, il Movimento Cinque Stelle ora unito ai dem nell’abbraccio giallofucsia, su quanto possa invece rinforzarsi l’altro Matteo, quel Salvini costretto in queste settimane a recitare il ruolo troppo stretto per lui di attore secondario, è una discussione che può interessare soltanto chi ha il dovere o il vezzo di commentare la politica e di immaginare e costruire scenari.

Alla maggior parte delle altre persone – ed è proprio questo il punto – il cambio di casacca dei renziani interessa poco o nulla. O meglio, interessa nella misura in cui è qualcosa di cui non si comprende il senso, l’importanza, l’opportunità. Inutile elencare i problemi – alcuni dei quali atavici – che gravano sull’Italia e sugli italiani. È forse il caso, si chiederanno i più, visto questo elenco a cui si è sempre in tempo per aggiungere varie ed eventuali, di giocare all’abaco? Spostare qualche unità da qui a lì, mettere insieme parlamentari per costruire gruppi, per guadagnare peso pensando a nomine ma parlando di prospettive future per il bene del Paese?

Anche in questo caso la risposta è facile. È così che il popolo si allontana dalla politica, quando guarda al Parlamento e non comprende perché chi dentro vi lavora o dovrebbe lavorarvi invece di tener conto dei problemi che imprenditori, artigiani, operai, madri e padri, giovani e anziani incontrano nella loro quotidianità pensa ad equilibri, partiti nuovi, alleanze nuove, vecchie, posticce. Giochi di palazzo contro problemi di strada, così come giochi di palazzo sono state bollate le operazioni che hanno portato dal Conte uno al Conte due. La legittimità costituzionale degli eventi accaduti nella crisi d’agosto definita – chissà perché poi – la più pazza di sempre è fuori di dubbio. Ma chi deve sbarcare il lunario, chi vede i frutti del proprio duro lavoro erosi da tasse eccessive, inefficienze varie, criminalità, chi sta bene e vorrebbe star meglio non può assegnare alla legittimità costituzionale lo stesso valore che le assegnerebbe un professore di diritto, un giornalista illuminato o uno di quei custodi della verità assoluta, del buono, del bello e del giusto che, fustigando tutto e tutti, dall’alto degli scranni su cui si sono arrampicati non trovando nessuno che li ponesse, accusano il popolo di ignoranza e di brutture varie.

Considerazioni populiste dirà qualcuno. Buonsenso espresso in maniera burbera diciamo noi.

Carmine De Cicco