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Unione Europea: al bando i simboli del comunismo

Giovedì 19 settembre 2019, il Parlamento Europeo condanna l’utilizzo della simbologia comunista chiedendo anche di modificare la toponomastica delle varie strade e piazze che esaltano e ricordano i nomi di personaggi storici sovietici o che hanno combattuto nelle brigate partigiane. Si ritorna a parlare di censura quindi, non è ancora passato un mese dalla mannaia censoria di Marck Zuckeberg verso le pagine di Forza Nuova e CasaPound Italia, che l’Unione Europea ha scelto come vittima il comunismo. Con la rimozione di ogni simbolo, strada, monumento e piazza che abbia il nome o un simbolo dell’ideologia rossa si è cercato di cancellare e modificare un pezzo di storia europea volente o nolente esistita. Inoltre il voler paragonare il comunismo al nazionalsocialismo sembra più un attacco alla Russia di Putin che una reale comparazione di responsabilità tra i due regimi totalitari del novecento. È vero, le due ideologie hanno molte cose in comune, come l’idea di uno Stato forte e presente nella vita dei suoi cittadini, ma soprattutto avevano in comune la forte capacità repressiva nei confronti dei dissidenti. Ad ogni modo la presa di posizione del parlamento europeo sembra sostanzialmente voler dimostrare come il sistema liberare e liberista sia l’unica via possibile nella storia dell’uomo. Da anni quel mondo cosiddetto di destra sociale combatte una battaglia culturale per trovare spazio nel mondo accademico o politico, evidenziando come lo strapotere, almeno in Italia, di una certa sinistra asfissiante culturalmente ha sempre messo al bando per puro odio ideologico. Una battaglia più che giusta, dato che quelle pochissime targhe delle vie intitolate ai dirigenti del famosissimo MSI vengono quotidianamente imbrattate e distrutte da coloro che si professano democratici e dalla mentalità aperta, che ora invece palesano la reale repressione che un certo sistema, di cui fanno parte, ha scatenato contro di loro. Molti sovranisti hanno esultato dopo aver saputo dell’ultima decisione presa dall’Europa, membri importanti italiani del Parlamento Europeo hanno votato a favore dell’abolizione dei simboli comunisti nei 28 stati dell’UE, come: Berlusconi (FI), Grant (candidato alle ultime elezioni europee con la Lega), Pisapia e tanti altri del PD. A favore hanno votato anche i democratici, i socialisti e i liberali delle varie nazioni presenti nel Parlamento. Il segretario del Partito Comunista, Marco Rizzo, ha dichiarato che il 5 ottobre, oltre a scendere in piazza a Roma per protestare contro il governo attuale, manifesterà con decine di bandiere rosse contro la nuova legge emanata dall’UE. L’ analisi da fare è una sola: è giusto eliminare o censurare dei simboli che hanno fatto la storia del nostro continente e del mondo, senza tener conto di che colore politico siano? Assolutamente no! La politica è un’arte, lo scontro con il proprio rivale – sia verbale sia fisico – fa anch’esso parte dell’arte della politica. Senza un’identità, senza un simbolo, senza un’ideologia forte dove appoggiarci non siamo nulla. È altamente ridicolo proclamare guerra a due linee di pensiero che ormai sono quasi del tutto superate, la storia non deve essere né modificata né cancellata. Di questo passo andremo ad abbattere anche le statue di Gaio Giulio Cesare ed Augusto, in stile ISIS, poiché anch’essi hanno eseguito sanguinose campagne militari per ingrandire l’impero commettendo, ovviamente, innumerevoli omicidi. Dov’è l’amata democrazia di cui l’Unione Europea tanto si vanta? La democrazia vale solamente quando si parla di antifascismo, dello scellerato femminismo, del gender, dello spread, del liberismo economico e ora anche dell’anti-comunismo? Cosa dire poi dei liberali, che professano ogni forma di libertà ma su questo avvenimento gioiscono in silenzio? E’ evidente ormai che siamo in piena guerra di censura verso ogni forma di dissenso, da qualunque parte esso provenga.

Ai “cari” compagni, invece, li saltiamo ricordando loro che: chi di spada ferisce, di spada perisce.

Giovanni Rea