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ULTRAS ITALIA: oltre i campanilismi e lo show business.

 

ULTRAS ITALIA oltre i campanilismi e lo show business.

Che il calcio sia l’oppio dei popoli è cosa oramai risaputa e veritiera, ma lo sport più bello del mondo a queste latitudini ha un sapore ed un valore diverso.
La passione calcistica è senza dubbio una pianta radicata nei nostri cuori che spesso distoglie l’attenzione da problemi sociali, avvenimenti catastrofici o peggio ancora al fottuto ritorno del partito democratico. Purtroppo per noi altri, che ce ne straffotiamo, lo amiamo, lo difendiamo e guai a togliercelo. L’attaccamento alle proprie radici è cosa sacrosanta, fisiologico ed il calcio spesso è considerato ormai l’ultimo baluardo di coloro che ancora credono che difendere la squadra è come difendere il proprio campanile, la propria chiesa o il proprio quartiere. Ovviamente è anche doveroso saper andare oltre e sentirsi figli della stessa bandiera e di una stessa storia calcistica ed ultras. Se lo stato e i politici ti deludono, il concetto di patria invece è immortale, il tricolore come unico e solo labaro d’orgoglio nazionale. Il movimento al seguito della nazionale di calcio è la dimostrazione tangibile di tutto ciò nonostante le diverse provenienze. Un calderone di vessilli e sezioni, da Lecco a Reggio Calabria, da Oristano a Gela, tutte dietro lo stesso tricolore e gli stessi valori. Viaggi lunghi, da Baku a Londra, da Helsinki a Eravan in un periodo sicuramente poco favorevole per il panorama ultras italiano. Decreto sicurezza bis, caro biglietti, pay-tv, tendono ad allontanare la parte più popolare del tifo e non solo. Gli stadi svuotati sono uno spettacolo indecoroso, che hanno alla base l’idea del calcio spettacolo da poter vedere in TV, ma qui il calcio non è spettacolo, qui il calcio è vita è appartenenza. L’Europa non è gli Stati Uniti dove tutto ruota intorno allo spettacolo sportivo e allo spettacolo ridicolo tra il primo e secondo tempo. Lo show, i maledettissimi denari, aggiungi poi anticipi, posticipi e orari assurdi gestiti in maniera scellerata da TV e bookmakers mettono dei forti paletti anche alle famiglie. Diciamocelo tutta, il calcio giocato è morto e il suo sicario è il business.
Noi burberi ci schieriamo con la parte sana di questo calcio malato, con gli ultras portatori di sani principi e vecchi valori, fatti di sacrifici economici e senso di appartenenza, quelli delle cose fatte alla vecchia maniera. Delle nottate passate in stazione facendo la conta degli spiccioli per accaparrarsi il biglietto del match e che nella militanza ultras non vedono né un lavoro né una fonte di denaro, ma passione passione passione. Nonostante tutto, i seguaci della nazionale di calcio sono in crescita, la modernità e i social permettono un’aggregazione maggiore, così come in crescita è quella “zona comune” che non lascia spazio a idee ridicole secessioniste e neoborboniche.

OTTO