Politica & Attualità

Crisi dell’industria e cogestione di fabbrica.

Si fa risalire agli anni ’70 del secolo breve, con la crisi petrolifera, la fine di quella fase di espansione economica che aveva interessato i Paesi del mondo occidentale. Entrava in crisi un processo che aveva visto una accelerazione senza precedenti dei tassi di sviluppo industriale, e si apriva invece una fase caratterizzata da un ridimensionamento del settore produttivo. Ridimensionamento che ha colpito intere aree industriali soprattutto dei paesi occidentali, poiché un vero e proprio declino dell’industria su dimensione globale non si è avuto, essendoci stata nei Paesi asiatici una crescita senza precedenti. Molti importanti teorici hanno affermato che la deindustrializzazione e l’industrializzazione sono il frutto di una medesima storia, figli di un medesimo padre: il capitale.
Quest’ultimo, sempre spinto da più alti profitti, costantemente si ristruttura e si riorganizza. Ovviamente non esamineremo qui i dati o le “manovre” del capitale poiché non è il contesto adatto, ma sappiamo che discutere di deindustrializzazione vuol dire parlare di desertificazione di interi territori non adeguatamente coinvolti nelle nuove aziende dei servizi e della tecnologia, significa parlare di uomini e donne che lasciano i loro paesi e maestranze che perdono la conoscenza e la tecnica acquisita in anni e anni di lavoro, insomma perdere quello che gli “esperti” chiamano il know how.
Spesso il processo di deindustrializzazione che ha colpito l’Italia non è stato causato dalla semplice chiusura o dal fallimento della grande industria, ma come si è accennato prima la deindustrializzazione è anche sinonimo di delocalizzazione della produzione verso altri lidi, dove è conveniente produrre a costi bassi e vendere a prezzi elevati sui mercati dell’Europa occidentale. La sfida più grande della politica è quella di impedire il continuo dissanguamento dell’industria nostrana, il governo precedente aveva posto il problema con l’introduzione nel decreto dignità di un tentativo “punitivo” verso le società che delocalizzavano, ma ancora è poco o comunque inefficace. Con il cambio rotta ed il passaggio dal governo Lega e 5Stelle ad un governo a trazione PD vedremo come saranno affrontati i processi di delocalizzazione.
Oggi ci sono al tavolo delle trattative del Mise più di 150 casi di crisi aziendali, in Campania solo negli ultimi mesi sono stati sotto l’occhio del ciclone due casi eclatanti di crisi aziendale e rischio delocalizzazione, il caso Whirlpool e il caso Jabil. Entrambi le aziende hanno in comune alcune caratteristiche: sono americane, sono multinazionali miliardarie, vogliono delocalizzare per abbattere il costo del lavoro, ma soprattutto se ne fregano degli accordi stipulati con le rappresentanze dei lavoratori e con gli organi istituzionali della Repubblica. La Whirlpool, dopo la chiusura dello storico stabilimento dell’Indiana nel 2010, destinazione Messico, ha ben pensato di comunicare alle RSU la chiusura della sede storica di Napoli, più di 430 dipendenti, con una banalissima slide con tanto di croce rossa sul sito partenopeo.
Cosa ancor più grave è stata la decisione della società di disinteressarsi dell’accordo firmato presso il Mise ad ottobre 2018 in cui si impegnava ad investire su vari siti produttivi italiani, compreso Napoli, facendo rientrare dalla Polonia una parte della produzione. Sette mesi dopo tutta carta straccia. Non solo il danno ma anche la beffa, poiché l’azione da parte dell’azienda riduce il tavolo del Mise alla stregua di un banalissimo incontro da Bar bruciando come paglia 70 anni di relazioni industriali. Ad oggi dopo la forte protesta dei lavoratori, ancora in presidio presso i cancelli della società, la questione non sembra essere risolta. Il nuovo governo nelle vesti del ministro dello sviluppo economico Patuanelli non ha esordito in maniera lineare, ha preteso dall’azienda il sacrosanto rispetto dell’accordo già sottoscritto, ma si è facilmente “arreso” dopo la decisione della multinazionale di procedere con la vendita ad una società terza di dubbia capacità industriale per ricostruire il sito. Anche per Jabil è stato sottoscritto nel febbraio del 2018 un accordo in presenza del Ministro dello Sviluppo Economico che prevedeva un processo di reindustrializzazione della sede di Marcianise, già coinvolta tra l’altro da altri processi simili mai del tutto portati a termine con volontà dal management della Jabil, la quale ricordiamo ha già sottoscritto in passato altri accordi in sede ministeriale ( 10/03/2015) con il chiaro intento di avviare una procedura di investimento per il consolidamento della struttura commerciale del polo campano. Nonostante ciò ad oggi per i circa 800 dipendenti di Jabil sembra non esserci nessun futuro. La questione fondamentale non è soltanto la gestione delle crisi aziendali, le motivazioni delle stesse e l’intervento per la salvaguardia dei posti di lavoro, il nodo è pretendere il rispetto degli accordi sindacali e degli accordi chiusi ai tavoli ministeriali, perché sia chiaro il messaggio che ciò che si firma è impegno tassativo, per le OO.SS. per il ministero e soprattutto per la multinazionale privata. La chiusura di una azienda è nelle dinamiche economiche, ma la strategia di desertificare i nostri territori di capacità produttive è frutto solo delle dinamiche neocapitaliste. Una risposta a questa linea industriale potrebbe essere la nascita di consigli di fabbrica, in grandi società ovviamente, per permettere ai lavoratori la cogestione dell’azienda, ma soprattutto la possibilità di concordare con l’azienda parte della politica industriale, oltre che intervenire in altre tematiche cruciali come la sicurezza, l’ambiente o la formazione. Proprio in questo filone si inserisce la proposta dell’UGL, erede del sindacalismo nazionale, di introdurre nel rinnovo della piattaforma contrattuale dei Metalmeccanici la creazione dei comitati consuntivi per le aziende con organici superiori ai 700 dipendenti. Sperando che dalle piattaforme contrattuali si possa passare alla discussione parlamentare quanto prima.

Francesco Guarente