Politica & Attualità

UNO STRANO SENSO DELLA PATRIA – CAP. III

In questi giorni di quarantena, ma anche più in generale, si è assistito ad una presa di posizione da parte dell’ambiente delle destre sovraniste e dagli ambiti nazionalisti contro le misure restrittive imposte dal Governo per fronteggiare l’emergenza della pandemia. Al di là delle considerazioni e delle critiche che si possono fare sull’operato dell’esecutivo (in gran parte discutibile) è interessante notare come chi per antonomasia si richiama all’ordine ed al rispetto delle regole, non tolleri di vedere la propria libertà limitata. Questo diventa uno spunto per sfatare il luogo comune che vede i binomi “destra=ordine” e “sinistra=caos”, rendendo molto labile il confine tra le due cose, ma rischiando anche di cadere in facili e banali assolutismi.

Infatti, come a sinistra si è assistito, e si assiste, a derive manettare se non a vere e proprie repressioni (sia prima che dopo la crisi del mondo socialista), a destra vediamo certi esponenti più accaniti dare contro “la divisa” senza se e senza ma, considerando l’ordine legale come una libertà violata. Il poliziotto diventa servo del sistema e l’ultrà la povera vittima, si giustifica ogni atto delinquenziale e l’arresto e la condanna vengono visti come repressione, anche se si tratta di criminali comuni. Assistiamo a scritte vergognose sui muri che esaltano l’assassinio di agenti in servizio, accompagnate da croci celtiche. I social abbondano di frasi ingiuriose che contengono la sigla “ACAB”. Le denunce subite sono viste come medaglie, anche se sono dovute ad azioni che di civile hanno ben poco.

 

Di contro, nel mondo delle destre e dei nazionalismi, vi è chi si aggrappa al sistema e supporta incondizionatamente l’operato delle forze dell’ordine, giustificando anche gli abusi di potere (che a loro volta sono comunque un reato). Si venera il poliziotto macho che pesta a sangue l’arrestato che, ricordiamo, è innocente finché un giudice non emette il verdetto. Si chiude un occhio se un poliziotto troppo esuberante spara alla cieca contro l’arrestato che si arrende o contro chi viene scambiato per il criminale. Si accetta il rigore nel far rispettare leggi ingiuste o eccessivamente severe senza considerare che un piccolo crimine può essere dovuto a casi di necessità (fame, disperazione, solitudine).
In questa eterna lotta tra “guardie e ladri”, in pochi colgono che la parte giusta sta nel mezzo, un mezzo che si può trovare abbandonando gli schemi prefissati e analizzando criticamente il contesto.
Se il poliziotto arresta un delinquente, secondo i canoni previsti dalla legge e dal grado di civiltà in cui viviamo, allora egli è nel giusto, ammesso che il delinquente sia tale (un ladro, un assassino, uno spacciatore, un violento, uno stupratore).
Se il poliziotto arresta un innocente abusando del suo potere o si lascia andare ad eccessi inutili nel far rispettare la legge, o se impedisce il democratico svolgimento di manifestazioni civili e ordinate, allora è nel torto (e peraltro viola la legge stessa).
Chi considera aprioristicamente lo “sbirro” come “assassino”, mette sovente sullo stesso piano i rivoluzionari politici (che non è detto siano violenti, in generale) e comuni criminali il cui unico posto è la galera. Una grave mancanza di rispetto per chi in passato ha dato la vita per la Causa, talvolta ucciso da chi sosteneva di far rispettare l’ordine ma che invece disonorava la divisa che indossava, la civiltà e la Patria. Una Patria disonorata anche da chi, pur dicendo di amarla e di combattere per essa, si mette dalla parte del crimine identificandolo con la rivoluzione, spingendo inevitabilmente l’opinione pubblica verso quel sistema che si vuole invece abbattere.
Perché la rivoluzione è, prima di tutto, ordine!

Di Lorenzo Scotti.