Politica & Attualità

UN’ALTRA ECONOMIA CI AVREBBE SALVATO?

 

In questi noiosi giorni di quarantena, si è acceso il dibattito tra i “restiamo a casa” e i “io esco”.
I primi, appartenenti alla categoria ligia ed obbediente al potere, sono staticamente costituiti per lo più da eroinomani liberisti senza grossi problemi economici, sostenitori della prima ora dei tagli alla sanità (sia statali che regionali) e sospettosi della “cosa pubblica”. I secondi invece, sono a loro volta divisi in varie categorie, tra le quali spiccano i “complottisti” (coloro che negano o sminuiscono la reale pericolosità del virus) ed i lavoratori. Sui complottisti evitiamo di esprimerci per non diventare volgari, vogliamo portare però alla luce il problema del lavoro.
Fa pensare, e preoccupare, il fatto che chi ancora oggi aspetta la cassa integrazione o il famoso bonus dei 600 euro, sia disposto a rischiare il contagio per sé stesso e per chi gli è vicino, pur di tornare al lavoro. Siamo davvero arrivati al punto in cui una malattia fa meno paura della povertà?
Questo si inserisce nel contesto dell’economia turboliberista in cui viviamo, ove il timore della perdita del lavoro sta diventato il modo in cui una classe dirigente sempre più ristretta e ricca tiene al guinzaglio la classe lavoratrice, con il beneplacito di chi fino a ieri salutava col pugno chiuso. Oltre un secolo di conquiste sociali e sindacali sono andate a farsi benedire dunque, mentre ci viene raccontato che il sistema europeo ci avrebbe salvati da non so quale pericolo.
Siamo finiti nel vortice dell’economia finanziaria e di mercato, l’ultima evoluzione del capitalismo, che ha ridotto il lavoratore a semplice ingranaggio della catena produttiva/commerciale facilmente ricattabile e rimpiazzabile.
E se il mercato decide che il lavoratore non è più utile, è giusto che egli muoia di fame, come potrebbe accadere adesso. Infatti, se il mercato non procede, ad esempio per una pandemia come quella in atto, la catena produttiva si ferma e per ripartire necessita di abbassare i costi (tagliare gli stipendi o addirittura tagliare il personale).
E qui entra in gioco la necessità di ricorrere ad aiuti statali. Una decisione contestata proprio dai liberisti più accaniti (a meno che non si tratti di istituti bancari), ma necessaria per evitare un nuovo “giovedì nero”. Perché proprio in quel lontano 1929, il Paese capitalista per antonomasia, gli Stati Uniti, videro uno dei più grandi piani di aiuto mai visti nel mondo occidentale, portati avanti dal Presidente F.D. Roosvelt, per far fronte al collasso economico dovuto al crollo di Wall Street, che causò anche numerosi suicidi.
Se però un’economia puramente di mercato ha dei limiti, altrettanto si può dire della controparte. Circa nello stesso periodo, dall’altra parte di quella che pochi anni dopo sarebbe diventata la “cortina di ferro”, la collettivizzazione forzata non fu in grado di contrastare, anzi peggiorò, la grande carestia nella RSS Ucraina, con le conseguenze tristemente note.
Economia di mercato o economia pianificata? Forse è giunto il momento di pensare a soluzioni alternative, che non siano una semplice “via di mezzo”.
E’ giusto che lo Stato aiuti le proprie imprese in difficoltà, senza sfociare nell’assistenzialismo e senza dover provvedere alla cattiva imprenditoria (che pure esiste). E in caso di cessazione di attività, lo Stato deve creare le condizioni tali per cui la disoccupazione si riduca al più presto, poiché chi non lavora, oltre a non fare l’amore, pesa sulla società. Aiutare le imprese ed i lavoratori, secondo un’ottica organica, rappresenta per lo Stato non una carità, ma un investimento. E per fare ciò, è innegabile che occorra riacquisire la sovranità nazionale ed economica (il ché non vuol dire autarchia totale) senza delegare ad organismi sovranazionali la gestione delle finanze.
Uno Stato protezionista, nel senso positivo del termine, che lasci comunque libertà di impresa e che pianifichi l’economia durante i periodi di crisi. Uno Stato forte, che sappia farsi valere sul piano internazionale (ad esempio contestando le recenti vergognose affermazioni di rappresentati olandesi) ma anche interno, non chiedendo “atti d’amore” alle banche, bensì imponendo loro gli oneri ed i sacrifici che sono richiesti ai cittadini. Perché anche le banche perdono, in caso di crisi.
E nessuno vieta di creare un fondo internazionale, apposito per far fronte ad eventuali crisi sanitarie future.
Ma se questa pandemia ci sta insegnando qualcosa, è che va rivisto completamente il sistema in cui viviamo, dal tipo di economia (alternativo a capitalismo e socialismo) all’appartenenza ad organismi internazionali, dal rapporto Stato-regioni alla gestione del sistema sanitario, fino a poco tempo fa il migliore del mondo, alla ricostituzione dell’IRI, che ci ha aiutato durante i difficili anni del dopoguerra, delle pandemie passate e della crisi post-boom.
Fare un passo indietro per farne due in avanti.

Di Lorenzo Scotti.