Politica & Attualità

Il mondialismo ed il complesso di inferiorità autoindotto

“Ma cosa ci fai ancora qui? Scappa che è meglio?”

Quante volte l’abbiamo sentito dire? Se una volta si fuggiva dai piccoli borghi rurali per riversarsi nei capoluoghi, oggi assistiamo alla diaspora di menti e braccia verso Paesi europei ed extra europei, considerati dalla vulgata radical chic molto più “cool”.

Essere uno Stato cool, oltre ad offrire più possibilità di carriera (il che può essere vero, in parte) significa soprattutto avere mentalità e tradizioni diverse, non necessariamente migliori. Il culto del diverso porta quindi ad una inevitabile perdita di identità, rendendo la massa più malleabile e propensa ai consumi e ad un nuovo classismo, svuotata di ogni valore se non di ideali finti e moralisti (cosmopolitismo, nuovi tipi di famiglie, antiproibizionismo, neofemminismo, ecc).

Per arrivare a questo si utilizza quindi la “smitizzazione” della comunità di appartenenza. Ogni usanza, costume e abitudine viene a priori messa alla gogna senza una minima analisi critica, ma usando una dialettica pseudorazionale. Un esempio? La levata di scudi contro le tradizioni popolari, in particolare religiose, che appartengono al nostro folclore, pur avendo perso la natura propiziatoria. “Ah gli italioti, vivono ancora al medioevo, credono che una reliquia faccia guarire!”.

Il tutto è favorito dall’adozione di usanze esotiche e/o commerciali di luoghi più o meno lontani.

La festa di Halloween, ad esempio, rappresenta questo inquinamento delle nostre tradizioni (o meglio, una sostituzione, dato che anche in molte culture locali italiane vi sono celebrazioni simili); lo stesso Natale viene oggi celebrato secondo le usanze anglosassoni, oppure viene ridotto ad una mera “festa d’inverno” per non turbare i non cristiani, che però si guardano ben bene dal protestare contro i giorni di festività. E addirittura c’è chi da noi celebra il giorno del ringraziamento, il giorno dell’indipendenza statunitense, la presa della Bastiglia ed altre ricorrenze straniere, dimenticando quelle nostrane, considerate troppo inferiori e arretrate.

Ed ovviamente non mancano utilizzi di termini anglofoni sempre più in sostituzione del nostro vocabolario, che proprio a causa dell’adozione di espressioni alloglotte non si evolverà mai.

Ma questo assoggettamento all’estero, agli Stati Uniti prima e all’Unione Euroepa poi, non si ferma alla cultura.

Addirittura vi è chi festeggia per “conquiste” straniere in termini di socialità. Ricordiamo tutti la grande buffonata del filtro arcobaleno sui social perché gli Usa (non l’Italia, gli Usa!) avevano approvato le nozze tra persone dello stesso sesso, quasi che qualsiasi riforma americana debba valere per il mondo intero. Siamo sicuri  che se fosse stata approvata dal Congresso una legge in cui veniva garantita assistenza sanitaria a tutti, come in Italia, nessuno avrebbe battuto ciglio, anzi probabilmente qualche servo del liberismo nostrano avrebbe pure grugnito. Cosi come vi era gente felice per l’elezione di Obama solo perché di etnia diversa, cosa sognata anche qui (in barba al merito!).

Questa esterofilia è uno dei punti cardine della crisi identitaria,  ma anche sociale, in cui versa quella Nazione che ha de facto creato il mondo.