Politica & Attualità

Perché i radical chic fanno schifo

Di Lorenzo Scotti

Dal dopoguerra, il nostro Paese ha visto un susseguirsi di categorie ideologiche varie, comunisti, democristiani, hippy, neoliberali, neofascisti, socialisti, fino ad arrivare alle correnti giovanili della seconda repubblica, dai piccoli doppiopetti del cdx ai piccoli doppiopetti del csx, arrivando poi agli anarchici e infine ai centri sociali. Tutte fazioni in perenne lotta tra loro, a volte in maniera talmente violenta da farci scappare il morto.
Eppure, a livello ideologico, nessuno di queste è più infido, bugiardo, ipocrita e meschino quando il radical chic del XXI secolo: personaggi talmente antinazionali che probabilmente nel 2006 tifavano Francia e nel 2002 Moreno, che mangiano gli spaghetti al ketchup e la pizza all’ananas, che non si fanno il bidet e non fanno la scarpetta.
Ma come si distingue, oggi, il radical chic medio?
Chi scrive ci ha avuto a che fare (e ad alcuni vuole comunque bene essendone amico da tanti anni), oppure ha avuto modo, purtroppo, di leggere certi pensieri aberranti in rete.
Il radical chic medio, a differenza della “zecca”, oltre ad avere maggior cura della propria persona, è un convinto sostenitore del sistema; in realtà lo è anche la zecca, ma il cervello annebbiato dalle canne lo porta a credere di essere un ribelle.
Il radical chic vuol mantenere inalterato lo status quo socioeconomico, è uno strenuo sostenitore della finanza e del liberismo, la sua voglia di cambiamento si traduce in un progressismo fine a sé stesso, fatto più di precetti morali che di realtà pratica (si veda più avanti).
Egli frequenta, anche con buoni risultati, l’università che secondo lui dovrebbe essere più esclusiva. Ride alle battute squallide dei professori, ha la lingua attaccata al culo di ognuno di loro, ostenta finta umiltà quando prende 30 e lode e squadra dall’alto chi magari è più cazzone. Fa la tesi rigorosamente in inglese, l’immancabile Erasmus visto come discriminante tra angeli e demoni, e appena termina il corso fa le valigie e si dirige verso luoghi lontani, dopo aver scroccato l’università pubblica (per la quale le rette non bastano). E se non lo fai anche tu sei solo un retrogrado campagnolo!
Questo individuo viaggia molto, passando mesi coi soldi del papy all’estero per conoscere le culture diverse, fingendo modestia nell’affittare squallidi monolocali che Artemio spostati proprio, giudicando in negativo chi al massimo può permettersi una settimana al mare dai parenti, una condanna inevitabile al razzismo; e rende partecipe la plebe dei suoi viaggi con autoscatti persino in bagno.
Il radical chic usa inglesismi anche e soprattutto dove non sono richiesti, sfotte chi ha ogni tanto delle cadute dialettali o chi, come lo scrivente, si fa figo usando termini latini.
Evita i classici bar, frequenta solo locali dove ci sono arredi esotici o postmoderni, beve gustosi frullati di rape o consuma piatti vegan stando seduto per terra in mezzo ai gatti. Guai a godersi un bicchiere di vino o una grossa birra ghiacciata, solo cocktail dai nomi impronunciabili che costano un rene.
Il radical chic legge molto, ovviamente solo sul tablet. Predilige le biografie dei grandi industriali e i trattati sui film uzbeki, oppure il classico mattone polacco di autore morto suicida, copie vendute due. Gli inferiori leggono solo cazzate o roba vecchia, oppure non leggono proprio, autocondannandosi al fascismo.
E i film? Beh solo film impegnati premiati ai vari festival, che quando una persona normale li guarda ha i maroni che raggiungono lontane galassie. Oppure film sull’ennesima categoria discriminata.
Poi frequenta anche il teatro, in particolare spettacoli in cui due attori per 4 ore si guardano negli occhi in silenzio e alla fine uno dei due urla. E se ti addormenti sei ignorante!
Il radical chic è un convinto ecologista: a differenza dei plebei, usa solo mezzi pubblici e la sua bicicletta elettrica, salvo poi sostenere che senza i Paesi che non hanno norme antinquinamento, l’economia mondiale si fermerebbe.
Egli, come detto, è un grande liberista amico del capitale internazionale.
È giusto che le piccole attività chiudano, perché tanto sono tutti evasori, non come le grandi catene; così come è giusto che lo Stato aiuto banche e grandi multinazionali in crisi, ma fare uno sconto sulle tasse al piccolo negozio di quartiere che arranca a causa della spietata concorrenza è il peggio populismo. Inoltre, non vede l’ora che apra l’ennesima catena di caffetterie o fast food solo per andare a scrivere “finally in Italy”, boicottando invece le nostre eccellenze nel campo agroalimentare, troppo nazionali.
È cittadino del mondo. Odia tutto ciò che gli dà un minimo di retaggio, dalla lingua alla religione, ma più di tutto odia la sua etnia! Le frontiere dovrebbero sparire, la bandiere anche, le religioni più che mai, a meno che non si tratti di culture straniere e non occidentali. Ha una sorta di venerazione orgasmica per l’unione europea, che comunque non deve avere le sue fondamenta sulla millenaria storia del vecchio mondo, ma su democrazia, diritti, pace, amore, antifascismo. I tecnocrati di Bruxelles sono i nuovi dèi, gli infallibili, che solo gli ignoranti contestano.
Ed è pure per l’abolizione del suffragio universale: certi temi, quali immigrazione, diritti civili, droga, Europa, economia di mercato totale, non possono essere soggetti a dibattito democratico, le elezioni devono servire solo come plebisciti per i partiti progressisti ed europeisti, i diritti sociali e la difesa della cultura nazionale sono dei tabù che vanno assolutamente proibiti. I lavoratori devono star zitti e accettare ogni condizione imposta, pena il giusto licenziamento e la delocalizzazione dell’impresa, tanto gli italiani non hanno voglia di lavorare.
I giovani rifiutano lavori usuranti per 100 euro al mese? Vuol dire che sono fannulloni che non devono lamentarsi se il lavoro viene dato agli ultimi arrivati. Però tutti al concertone del primo maggio.
E come non dimenticare il radical chic che si indigna coi cinepanettoni, considerandoli volgari, razzisti e omofobi, mentre ride a squarciagola ai monologhi di Benigni? O quando egli stesso si improvvisa comico con battute irresistibili come “E allora bibbiano?”, “E le foibe?”, “E i marò?”.
Il radical chic è il re dell’incoerenza e del doppiopesismo. Facciamo alcuni esempi.
Un italiano che si sente tale è da abbattere perché bisogna essere europei o cosmopoliti. Uno straniero che si sente italiano è da abbracciare.
Un evasore, anche se ha evaso per sopravvivere, è da giustiziare. Un assassino seriale va capito e reinserito, a meno che non uccida certe categorie.
Una persona che vuole sposarsi e dar famiglia invece di vivere col gatto è un agente del patriarcato, salvo se la famiglia è arcobaleno.
La gaffe di uno di destra è sinonimo di ignoranza e analfabetismo funzionale. La gaffe di uno di sinistra è un caso isolato.
Tutti gli italiani sono delinquenti, mafiosi, retrogradi. Gli stranieri hanno solo casi isolati da non strumentalizzare.
I cristiani sono bigotti, le chiese vanno bruciate, coloro al clero. L’islam è religione di pace che esalta la figura femminile; le religioni orientali sono molto cool e mainstream.
Le violenze di destra sono generali. Quelle di sinistra sono solo 4 vetrine rotte, e comunque lo fanno anche gli altri.
Spacciare o rapinare sono crimini, ma un saluto romano lo è molto di più.
Il radical chic, dall’alto della sua superbia, fa delle sceneggiate ridicole per cose accadute all’estero, dai filtri sulle foto profilo alle foto con gli hashtag, ma se ne sbatte se in Italia ancora si muore per malasanità, povertà, criminalità. Anzi, chi vuole combattere questo è populista. Per non parlare della piva che tiene se un personaggio pubblico fa un’osservazione di stampo conservatore o se qualcuno dice o fa qualcosa vagamente riconducibile all’apologia, anche se, come quasi sempre accade, non c’entra quasi mai un cazzo (come quando una mia amica, quando raccontavo di essere stato a Fiume, mi corresse dicendo che la città si chiama Rjieka).
E se non ti convince ad essere uno stronzo come lui, egoista e paraculo, ti toglie dalle amicizie e chiude i ponti con te.
Perciò caro amico radical chic, ma vaffanculo!